domenica 14 febbraio 2010

Ecopunto: a Niscemi apre First, il negozio dove la spesa si paga in rifiuti

ecopunto_logoHa aperto i battenti lo scorso 30 gennaio a Niscemi (in provincia di Caltanisetta) First, un singolare quanto utile negozio di alimentari dove però è possibile pagare la spesa anche in rifiuti. Nella bottega inaugurata dalla coperativa siciliana Liberambiente, infatti, i cittadini possono vendere o barattare con beni di consumo di prima necessità, i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata. Si tratta, come il nome lascia intendere, del primo Ecopunto d'Italia, un esempio di business verde tutto da replicare.

La logica del baratto dei rifiuti non è nuova: ricorderete sicuramente l'esperienza della società R.D. Italia che aveva lanciato nel napoletano delle macchinette per la differenziata che in cambio di bottiglie di plastica, carta o lattine, regalavano il caffé o altri piccoli premi come i biglietti del cinema. Una filosofia cavalcata anche dalle piccole stazioni automatiche di Ecobank e che, in fondo, è anche alla base del vuoto a rendere.

Ecopunto però va oltre perché mai nessuno aveva pensato di aprire un vero e proprio negozio in cui, senza l'ausilio di macchinari o distributori, rendesse così tangibile e alla portata di tutti, la convenienza generata dal riciclaggio dei rifiuti. Come spiega anche Silvia Coscienza, Presidente della coperativa che già aveva avviato un progetto simile in forma sperimentale a Moncalieri: "L´idea di First è nata un anno fa - spiega Silvia - ed è stata accolta con entusiasmo dal comune di Niscemi, che è stato il primo in Sicilia a capire l´importanza di un centro di questo tipo, tanto sotto il profilo economico, quanto da un punto di vista culturale".

Ecopunto

"Un centro come l´ecopunto - continuano Mario Meli e Salvatore Vasques, membri anch'essi di Liberambiente, nella dichiarazione rilasciata a Repubblica - rappresenta a nostro avviso una forma di controllo democratico della gestione dei rifiuti. In pratica, se il rifiuto viene inteso come un valore da scambiare con generi di prima necessità o con denaro - continuano - è più facile fare responsabilizzare i cittadini. E magari, far comprendere che attraverso il riciclo è possibile ottenere un risparmio energetico che va a beneficio di tutta la comunità e una riduzione dell´inquinamento".

manifesto_EcopuntoMa come funziona in pratica un Ecopunto?

Esattamente come le tessere fedeltà di supermercati e negozi, la conversione dei rifiuti è fissata con una raccolta punti in base al tipo di materiale riciclato:

  • 100 gr di carta e ferro = 1 punto

  • 100 gr di plastica = 3 punti

  • 100 gr di alluminio e lattine = 5 punti

Raggiunti i 70 punti si ha già diritto a ricevere, ad esempio, mezzo chilo di pasta o 25 centesimi (ma anche ceci, lenticchie, riso, fagioli, ecc..)

I rifiuti e i materiali raccolti al dettaglio vengono poi rivenduti al Conai, il consorzio nazionale dei produttori e utilizzatori di imballaggi che porterà avanti la filiera del riciclo.

L'obiettivo dichiarato dalla Cooperativa è quello di aprire un ecopunto in ogni provincia della Sicilia, Palermo in primis. Da parte nostra, il totale incoraggiamento nel progetto e la speranza che gli ecopunti riescano a varcare lo Stretto di Messina (anche senza Ponte) e a diffondersi a macchia d'olio anche in tutta la Penisola.

Simona Falasca

dal blog greenme

mercoledì 10 febbraio 2010

"Una guerra da 50 milioni al mese" di Juri Lertora

condivido l'articolo di Juri Lertora:

Il parlamento discute il rifinanziamento della missione in Afghanistan, che ci costa ogni anno di più

E' iniziato ieri pomeriggio alla Camera l'esame del disegno di legge di conversione del decreto governativo che rifinanzia, tra le altre cose, la missione militare italiana che partecipa alla guerra in Afghanistan.

308 milioni per sei mesi di guerra. Per i primi sei mesi del 2010 sono stati stanziati 308 milioni di euro (51 milioni al mese) che serviranno per mantenere operativi sul fronte afgano 3.300 soldati, 750 mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni). Il decreto in discussione stanzia fino al 31 giugno altri 4,3 milioni di euro per altre spese di carattere militare (2 milioni a sostegno dell'esercito afgano, altrettanti per l'addestramento della polizia afgana, e 367 mila euro per il personale militare della Croce Rossa Italiana che assiste le nostre truppe).
La cifra di 308 milioni non copre il preannunciato invio in Afghanistan di altri 700-1.000 soldati, che avverrà dopo l'estate e che riguarderà quindi il rifinanziamento del secondo semestre 2010.

L'escalation finanziaria della missione. Alla fine dell'anno la partecipazione delle nostre forze armate alla guerra di occupazione in Afghanistan ci costerà almeno 600 milioni di euro. Nel 2009 ne avevamo spesi 540. Si conferma quindi l'inarrestabile aumento del costo di questa campagna militare, che corre parallelo alla progressiva escalation del conflitto.
Finora, compreso il rifinanziamento per il primo trimestre 2010, la missione bellica afgana ha risucchiato dalle casse dello Stato circa 2,3 miliardi di euro.
Merita ripercorrere la progressione annuale del costo di questa guerra: 70 milioni di euro nel 2002, 68 milioni nel 2003, 109 milioni nel 2004, 204 milioni nel 2005, 279 milioni nel 2006, 336 milioni nel 2007, 349 milioni nel 2008, 540 milioni nel 2009.

Una guerra senza opposizione. Quanti altri miliardi dovranno essere buttati via così dai nostri governanti di ogni colore, sottraendo tra l'altro preziose risorse a spese ben più utili alla collettività, prima che qualcuno dica basta?
Che fine ha fatto il movimento contro la guerra? Chi è rimasto a denunciare la violazione dell'articolo 11 della nostra Costituzione repubblicana che "ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali"? E che consente "limitazioni di sovranità" per l'adesione a organizzazioni internazionali "in condizione di parità con gli altri Stati"(non di sudditanza), per evitare la guerra, non per farla. Per "assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni", non per partecipare a una rappresaglia militare collettiva e all'occupazione di un paese straniero (che non ci ha attaccati) costata già 40 mila morti (almeno un quarto civili) e decine di migliaia profughi e mutilati.

Juri Lertora